Talenti ed Executive Search – Il processo di Selezione

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Talenti ed Executive Search – Il processo di Selezione | Riccardo Giorgio Zuffo, AD e direttore scientifico di Telema

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2019

Il filo rosso che caratterizza il volume è l’evoluzione dell’acquisizione delle risorse umane nelle organizzazioni. Un tema importante e centrale che ha connotato lo sviluppo delle scienze psicologiche e manageriali nel lungo percorso che porta dalla industrializzazione della fine dell’Ottocento ai giorni del 4.0 della nostra contemporaneità. Da una selezione “per il job”, alla guerra dei talenti e ad un oggi dove forse cambia “quasi tutto”. La proposta editoriale è la pubblicazione assemblata di alcuni scritti relativi al processo di selezione nelle imprese, alla relazione con il mercato del lavoro e con il contesto sociale ed economico. L’ottica di osservazione assume come la psicologia, in quanto disciplina sicentifica e centrale – e la figura dello psicologo – abbia giocato un ruolo che si è variamente definito nei contesti organizzativi nel corso del tempo.

Ieri era la “Guerra dei Talenti”, oggi la fuga.

I giovani in fuga sembra che ci costino 14 miliardi di euro l’anno.

Mentre parte della nostra politica (e non solo) si concentra sul fenomeno dell’immigrazione in Italia, sono pochi quelli che si preoccupano di chi lascia il nostro paese.

Dall’analisi sui dati Instat (2018) emerge come oltre mezzo milione di italiani ha lasciato il paese negli ultimi 5 anni cancellandosi dall’anagrafe, ma oltre a questo dato già di per sé allarmante, il consiglio generale degli Italiani all’estero riferisce che ci sono molti italiani che lavorano all’estero, ma mantengono la residenza anagrafica in Italia. Questo ci suggerisce come i numeri più allarmanti del previsto.

Selezionando i migranti italiani con più di 24 anni, nel corso del 2016 si ottiene un saldo migratorio con l’estero di circa 54 mila unità, di cui circa 15 mila hanno almeno la laurea. Nel 2016 la fascia d’età in cui si registra la perdita più marcata è quella dei giovani dai 25 ai 39 anni (circa 38 mila unità in meno) e, tra questi, quasi il 30% è in possesso di un titolo universitario o post-universitario.

Non si tratta semplicemente di “cervelli in fuga”, ma di giovani che si trovano costretti a ricercare opportunità altrove in mancanza di alternative.

Non vogliamo apparire troppo politici ma siamo sicuri che lunghi contratti a tempo determinato siano stati la soluzione migliore? Siamo sicuri che gli stage a ripetizione siano stati la cosa migliore? Siamo sicuri che sia stato opportuno favorire spesso soluzioni precarie di lungo periodo ancor di più e laddove il tessuto industriale è più fragile?

Diventa facile a questo punto cogliere il paradosso di giovani che sono accusati di avere poca voglia di impegnarsi e di “stare sdraiati sui divani”.

Talvolta questo è purtroppo vero perché in molte famiglie i figli dormono nei divanoletto per scelta obbligata e … non per deriva morale. Tutto ciò ha spinto le famiglie ai massimi sacrifici per garantire ai figli un futuro visto talvolta in una poco utile laurea di serie B.

Risultato? “Mancano i diplomati tecnici” sottolinea il vicepresidente di Confindustria per il Capitale Umano, Giovanni Brugnoli.

In Confindustria, viene lanciato un allarme che diventa anche un appello alla scuola e alle famiglie (sic!), come sostiene Carlo Robiglio, Presidente della Piccola Industria di Confindustria, nell’Open Innovation Summit 2018 a Saint-Vincent, l’evento dedicato alle start-up innovative: “…il concetto oggi della formazione tecnica in questo Paese è ancora un concetto residuale. Perché tantissime famiglie ritengono che quella tecnica non sia una formazione adeguata: i figli devono essere mandati all’università. Ebbene questo creerà un grosso danno, non solo culturale, ma ai di posti di lavoro”, “se dagli istituti tecnici ogni anno esce in Italia qualche migliaio diplomati, in Germania ne escono 750 mila”.

Nelle “occupazioni manuali o operaie si vede che in cima alla lista delle professioni più difficili in assoluto da trovare ci sono macellai e pescivendoli seguiti da saldatori e tagliatori a fiamma, attrezzisti e operati addetti alle macchine utensili”. Perché, dice sempre Confindustria, capita sempre più spesso che il lavoro in fabbrica, coi suoi orari ed i suoi turni, sia percepito più come un disagio che come un’opportunità.

E invece i nostri laureati? Quale rapporto con il mondo del lavoro in Italia?

In Italia, i sistemi di valutazione da cui conseguono le assegnazioni economiche alle università sono spesso discutibili e premiano filoni di ricerca ormai consolidati, invece di aree di innovazione ancora con scarsi risultati scientifici. In altri termini si favoriscono conformismi accademici che premiano gli “impact-factor”, ma non rispondono sempre a ciò che “sarebbe meglio” in termini applicativi o a ciò che potrebbe avere consistenti futuri sviluppi innovativi nella ricerca.

Ancora, sul piano culturale nelle nostre università, nelle discipline ad alto contenuto socioeconomico, si coltiva spesso come da riproporre agli studenti solo la rappresentazione di una azienda grande multinazionale matura, delle società di strategia, della finanza, degli M&A. Si ignorano le complessità gestionali ed operative dello sviluppo delle imprese in territori difficili, in condizioni difficili e così via.

La rappresentazione dominante, oggi si direbbe lo storytelling, veicolata dai governi, dagli opinion leaders, dalla stampa e dalla comunicazione mainstream, è stata quella di una scolarità che ha visto al centro solo il riconoscimento formale del sapere universitario, e soprattutto di quello eccellente e soprattutto di quello spesso di “moda”… la Bocconi, il Politecnico, la Cattolica, le scuole internazionali a Londra, a Parigi, a NewYork e così via. Questa rappresentazione è stata dominante – e lo è forse tuttora – alimentata dalle stesse associazioni e realtà imprenditoriali che ora lamentano la carenza di laureati, diplomati, operai.

Spesso gli imprenditori mandano i loro figli in università al nord o in college all’estero, talvolta più per fama e rinomanza che per eccellenza e qualità. Questi giovani, di fatto, sono stati allontanati dai loro territori, abituati ai career day, ai navigli, agli aperitivi e ai locali, ad una collegialità costosa e meno alle periferie o alle campagne dove ci sono le fabbriche dei loro padri. Dopo sette/otto anni molti di loro non riconoscono i loro territori. La piccola media impresa spesso non ha successori per lontananza e incapacità manifesta dei figli di cogliere la complessità di modelli “non lineari” e di “provincia” e talvolta è ancora meglio che i successori non ci siano.

Se dovessimo trarne una sintesi amara, potremmo dire che la politica ha maltrattato in questi due ultimi decenni l’università e naturalmente pezzi dell’università sembrano essere stati connotati da alti livelli di conformismo e di masochismo.

Da tutto ciò quello che emerge con forza e in modo inequivocabile, è come la “guerra dei talenti”, reiterata continuamente dalle imprese, proposta nei siti delle aziende, rilanciata nei career day e rispecchiata nella promozione che gli atenei ripropongono nella loro iconografia per catturare studenti che si assottigliano per ragioni di reddito forse, vada rivista…e ragionevolmente fatta evolvere verso strategie più articolate.

 

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